Riflettere al tempo del Coronavirus
Dopo che tutti questi dati spaventosi avranno colpito nel cuore l'economia, che cosa ne sarà di noi?
E' quasi paranormale pensare che un essere così piccolo e invisibile come un virus sia in grado di sconvolgere un'intera nazione e il mondo intero. Tutte le mattine ormai sono diventate uguali. I pomeriggi vuoti. Le notti insonni. Aprire la finestra continua a rimanere uno sforzo disumano: si vede una realtà scalpitante che non riesce e non può scalpitare.
Camminare, scoprire, abbracciare, parlare, non sono mai stati così voluti e desiderati, ma il silenzio assordante continua ad abbracciare ogni cosa, anche i pensieri e i ricordi. Soprattutto i ricordi.
Talvolta sembra che tutti si cancelli improvvisamente e che una fitta nebbia faccia capolino nella nostra anima. E' un continuo domandarsi quale ormai sia la vera essenza della vita. E allora si intuisce che non è più il bene materiale che appaga una qualche voglia di sopravvivenza ma è il senso di appartenenza verso qualcosa o qualcuno che più ci rende vivi.
Forse in una nazione in cui il cambiamento si è sempre realizzato lentamente - e in questo la storia ne è maestra - spaventa la consapevolezza di un concreto cambiamento, di un adattamento a qualcosa che non si sa ancora definire. Tutto sta ruotando e prima ancora che ce ne renderemo conto, scopriremo di essere noi i primi ad essere diversi.
Chissà se esisteranno più gli abbracci. Già, gli abbracci. Quanto può essere importante la banalità? ma soprattutto quanto è assolutamente illogico dare peso alla banalità soltanto nel momento delle difficoltà?
C'è sempre stata un'evoluzione dopo una crisi ma c'è sempre stata un'evoluzione anche senza una crisi. Può avvenire dopo una necessità o dopo uno stravolgimento o semplicemente per caso. E allora come adesso, quando un fatto diventa incontrollabile, inspiegabile e invisibile l'uomo tende sempre a reagire con quello che può o quello che ha.
Come lo stesso Borsellino sosteneva - e ora diventa decisamente attuale - è che ognuno dovrebbe possedere quel senso di solidarietà, quel senso del voler contribuire nel suo piccolo all'interno di una realtà più ampia. E allora è fondamentale attuare ora, ADESSO, il migliore cambiamento di sè, innescare quella leva di ripartenza e pianificare. Cerchiamo di non stare fermi in tutto questo immobilismo e salvaguardiamo il futuro che vorremo conoscere.
Quanto è intenso il verbo fare. Fare è sinonimo di agire, lavorare, vivere. perciò fare è vivere, e vivere è fare. Fare qualcosa non necessariamente per noi stessi ma anche per gli altri. Allora attuare iniziative, piani, idee può essere una soluzione. Bisogna ascoltare e carpire le proposte più ottimali, senza fare populismo o divisioni ma semplicemente potenziando pensieri e progetti.
Mai come oggi la comunicazione è diventata così importante e in questo la televisione e internet hanno acquisito un ruolo decisionale. Creare terrorismo psicologico non è necessario nè tantomeno utile, quando dovrebbe esserci pura e semplice informazione e formazione. Perciò diventa scorretto parlare di guerra quando di guerra non si sta parlando e nè soprattuto vivendo. Il numero dei morti - anche se spaventosamente alto - non fa di questa situazione una guerra, perchè proprio durante e dopo una guerra non sono mai mancati quel senso di condivisione, di aggregazione e di riunione tra le persone come invece non accade ora. Questo oggi manca, così come mancano il lavoro, i soldi e il cibo sulla tavola per alcune famiglie.
L'incertezza delle cose e il profumo ormai aspro della vita, e i mercati bruciati e anneriti dalla fuliggine di un virus, spaventano il semplice lavoratore - che è in primis un essere umano - per una crisi senza precedenti.
Le parole, questi genitori della comunicazione, stanno affrontando anch'esse delle profonde mutazioni. Alcune stanno perdendo il loro significato originario, altre ne stanno acquisendo di nuovi, in continua evoluzione, ma pur sempre in maniera graduale come quando secoli fa si assistette alla sostituzione del rotolo di papiro con il codex medievale.
Le parole continuano a esistere, ma vivono sotto un altro aspetto che forse hanno sempre avuto o conosciuto, e che solo ora - poichè isolate - riescono a far emergere. Avete mai pensato alla vita senza parole o alle parole senza una vita, e quindi senza un significato? Niente avrebbe più senso. Ecco allora che appare la volontà di segnare e di scrivere queste parole, che sono diventate un po' figlie di questo periodo. Soprattutto perchè viviamo da sempre nella tendenza del dimenticare, come quando mettiamo un punto a delle situazioni, cose o persone senza capire quanto in realtà sia fondamentale ricordare per fare tesoro di un'esperienza - bella o brutta che sia - ma pur sempre qualcosa di accaduto, vissuto, provato.
Persino l'amore sta diventando un pilastro fondante in questo periodo. Al di fuori e senza di esso tutto sembrerebbe vuoto, piatto, e di pari passo mancherebbe la solidarietà che oggi sta diventando sempre più una necessità di vita.
Immaginate di prendere un biscotto, posarlo sul palmo della mano, dopodichè serrate la mano a pugno e stringete. Stringete sempre più forte. Il biscotto tenderà inevitabilmente a sbriciolarsi in mille pezzi, quasi a formare una polvere, fino a perdere la sua forma, la sua consistenza e infine la sua essenza. Questo accade similmente a noi quando ci priviamo dell'amore, e non solo di quell'amore che rivolgiamo verso gli altri (a qualcuno in particolare magari), ma in primis e soprattutto di quel tipo di amore che rivolgiamo a noi stessi.
Perchè l'amore è anche quel semplice atto di accoglienza e di riconoscimento, e senza pensare troppo questo significato quasi astratto, si capisce immediatamente come oggi questo sentimento comprende anche la riscoperta dei legami e delle relazioni che - per quanto prima fossero come dimenticate - oggi diventano pura dipendenza, e in questo soffriamo e ci sentiamo fragili.
In questo lutto che viviamo quotidianamente, un lutto che riguarda il mondo che conoscevamo prima, c'è e ci sarà un baratro profondo da superare, e forse soltanto le parole riusciranno a farci ritrovare quel filo sottile che in realtà quando si vive non si riesce a percepire fino in fondo. Perciò scrivere sta diventando un atto di cuore verso se stessi e verso la riscoperta di valori che si credevano tramontati.
Quanto è assurdo pensare come fino ad oggi fosse svanito quel senso di patriottismo ottocentesco, e di conseguenza quanto è ridicolo pensare che è bastato un ente invisibile ma tuttavia potente a causare quella schiera di bandiere appese sui balconi da settimane.
Sembra davvero che l'isolamento ci stia portando ad avere maggior consapevolezza di quello che siamo o che vorremmo essere. Il semplice gesto ora di affacciarsi alla finestra sta assumendo sempre più una forma poetica di libertà; si, una forma che tuttavia appare indefinita e si trova così come in una fase di transizione, mettendo così in discussione il suo originario significato.
Eppur siamo vivi, la terra è viva, il cielo è vivo, ma qualcuno dopotutto sta morendo. E questo lascia pensare - o semplicemente ci piace pensare come atto consolatorio verso noi stessi e la nostra stessa vita - che la morte potrebbe avere un qualche senso equlibrante in grado di permettere a chi ci sarà nel futuro prossimo di rialzare gli occhi verso il cielo, con uno sguardo più attento, per capire che in fin dei conti non ci sono mai state distanze vere tra gli esseri umani, ma che semmai le vere distanze che ci sono sempre state sono quelle che ci siamo imposti verso noi stessi.
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